Main menu:

Articoli recenti

Archivio

Archivio del mese di dicembre, 2009

Editoriale per il Conciliatore nuovo (in lavorazione)

Editoriale (in lavorazione)

 Ma dove stiamo andando?

 Mario Scaffidi Abbate

 Sono trascorsi circa quindici mesi dalla nascita del Conciliatore nuovo, anche se il primo numero, in edizione on line, si è completato nel dicembre dello scorso anno. Siamo partiti col proposito di “conciliare”, cioè di mettere a confronto in un dibattito equilibrato e sereno, le quattro culture politiche presenti nel nostro Paese, soprattutto all’interno del Popolo della Libertà. A metà strada, nel corso dell’estate, sono accaduti fatti che hanno rischiato di mandare a monte quel nostro progetto. A quei fatti si aggiungono ora iniziative da parte di politici e magistrati, che sembrano voler ribaltare il risultato delle ultime elezioni  che hanno portato al governo il Centrodestra. Abbiamo avuto tre stagioni d’inferno (parafrasando il titolo di un’opera di Rimbaud): la Primavera di Noemi, l’Estate di Patrizia e l’Autunno di Spatuzza. Cosa ci riserva l’inverno?

Ciò che possiamo fare, dunque, in questo numero, a chiusura del primo anno, è offrire un quadro della situazione politico-giudiziaria del nostro Paese con l’aggiunta di alcune riflessioni. Cominciamo dalla Giustizia, sia perché è da lì che si annuncia la battaglia finale, sia perché la Giustizia è il fondamento, il punto di partenza per una convivenza civile, in una società e in una democrazia che si rispettino.

Giustizia significa equilibrio, serenità, oculatezza, imparzialità. Il simbolo che la raffigura è una bilancia i cui piatti sono disposti sul medesimo piano, e possiamo anche dire che uno rappresenta l’Accusa, l’altro la Difesa, cioè la parità fra il Pubblico Ministero e gli Avvocati della Difesa. “La legge è uguale per tutti”, recita una targa ben visibile nelle aule dei tribunali. La Giustizia è al servizio dei cittadini, e un’altra delle sue doti dovrebbe essere l’umiltà. La Giustizia è la prima a dover rispettare le leggi, la cui formulazione spetta al Parlamento. Se vuole discuterne coi legislatori, lo faccia, ma con quel rispetto e con quella cortesia che anche lei deve a coloro che sono stati eletti dal popolo. La Giustizia deve bastare a se stessa e non venire a patti con nessuno. Che Giustizia è quella che per esercitarsi ha bisogno di spie, di delatori o di sicofanti? Che non trova in se stessa la forza e gli strumenti necessari per potere operare? A cui non bastano come collaboratori le forze dell’ordine, i poliziotti, i carabinieri? Quale credibilità e quale autonomia può riscuotere una Giustizia che dipende in buona parte dai “pentiti”, una nuova categoria di collaboratori, ex delinquenti e criminali, che nel momento in cui le dànno una mano offendono e mortificano la Giustizia stessa? E quale credibilità si può dare a dei pentiti? Basta che uno di loro accusi un politico di avere organizzato una strage in collusione con la mafia, e i magistrati, prima ancora di raccogliere le prove, lasciano trapelare la notizia, i giornali e la televisione battono la gran cassa, intervistano il pentito e magari lo portano in televisione perché vi faccia il proprio show.

“Ma che cos’è, un gioco?”. Questo si chiede la gente normale, di buon senso, che per fortuna nel nostro Paese costituisce la maggioranza. Altri si domandano: “Sarà vero? Non sarà vero?”. Altri ancora, i più informati, sbrigativamente sentenziano “E’ vero, anzi, verissimo”.

Ebbene, in questo caso anche la Giustizia collude con la mafia, perché, mostrando di darle credito, porta a questa conclusione. Una Giustizia che, come ha scritto qualcuno, attinge addirittura “alla feccia dell’umanità”. Per non dire che in tal modo finisce con l’alimentare la mafia stessa, assegnandole un ruolo, che a volte nel processo è addirittura di primaria importanza.

E’ una tattica sporca: buttare il sasso per intorbidare le acque. Come dire: “Intanto accusiamo, poi cercheremo le prove”. Un vizio antico e diffuso anche questo, quello di una Giustizia che non sa essere giusta con tutti. “Io quello lì lo sfascio!”, gridano oggi certi magistrati. Ieri, nella Grecia di Aristofane, come vedevano l’imputato, prima ancora che iniziasse il processo, esclamavano: “Adesso lo fottiamo!”. E il magistrato dell’Accusa invitava i giudici a tirar fuori i loro pungiglioni: “Forza, vespe furiose, tendete il pungiglione acuto, che è la nostra arma, colpite, colpite con rabbia, al culo, agli occhi, alle dita, tutto intorno!”.

“In principio non c’erano le prove”: c’era solo il Verbo di un pentito. Ma un magistrato sa come trovarle, anche se non sono attinenti a quella specifica accusa. Vistosi perduto (“E’ finita la mia carriera!”, esclamava nella Grecia di Aristofane la Pubblica Accusa quando l’imputato veniva assolto), ricorre all’espediente del lupo della celebre favola, il quale, non potendo incolpare l’agnello – prima, di intorbidargli le acque, poi, di un misfatto commesso quando ancora non era nato – incolpa suo padre e con questo pretesto lo fa fuori. E’ con questi sistemi che si incolpa il “padre” di un popolo, sulla cui condotta di imprenditore (quando non era ancora entrato in politica) nessun magistrato, in tanti anni, aveva mai trovato niente. Così, sulla base di una frase buttata lì a caso (o tirata fuori con le pinze, o con chissà qualche altro mezzo), si accumulano, una dietro l’altra, centinaia o migliaia di pagine, con gli argomenti più disparati, raccogliendo di tutto e di più, compresa la spazzatura, nella speranza, sadica, ossessiva e avvelenata, che sia la spazzatura a spazzar via il colpevole. E naturalmente finisce che qualche motivo per incastrare il presunto colpevole si trova, perché “chi è senza peccato scagli la prima pietra!”. Hanno accusato e condannato persino Cristo, i farisei, con questo sistema. E i farisei si riconoscono anche dal tipo di sorriso che fanno quando ascoltano gli avversari, un sorrisetto ironico che sembra dire: “Noi soli siamo i bravi, i buoni, i giusti, gli onesti, le ‘anime belle’ della politica, della morale e della cultura”.

I magistrati sono per definizione i maestri, i capi, il non plus ultra dell’intelligenza, del sapere e della saggezza. Ma quelli che utilizzano i pentiti, in qualunque caso, non si rendono conto di essere praticamente sotto ricatto, visto che i pentiti parlano per ottenere la libertà o un maggior numero di privilegi? 

La Giustizia non può andare avanti mandando all’avancarica i pentiti, le spie, i delatori, le prostitute, i trans e così via. Usi le proprie forze, quelle della professionalità che dovrebbe esserle propria, della oculatezza, del buon senso, del buon gusto, della imparzialità, non sia lei la prima ad intorbidare le acque, ad inquinare le prove relative a quella specifica accusa tirando in ballo altre prove che con quella imputazione non hanno nulla a che vedere. Se poi lo fa per interessi personali, per eliminare un avversario politico, per mettersi in mostra, per guadagnarsi uno spazio sui giornali o nei programmi televisivi, allora la Giustizia è ancora più riprovevole: il primo imputato, il primo colpevole, non presunto, ma reale, è lei. L’hanno detto e lo dicono alcuni magistrati stessi. Uno di loro (Placido D’Orto, di Caltanissetta) ha scritto: “Al giudice che con alto senso di responsabilità e di equilibrio ha sempre cercato in silenzio, senza chiasso, senza polveroni e senza interviste, di rispettare le regole del processo si è sostituito il giudice-star, circondato da giornalisti, telecamere e riflettori, pronto a sciorinare le imprese del blitz del giorno. La crisi generale della giustizia italiana non ha risparmiato neppure la Corte di Cassazione, la quale soffre di una evidente crisi di autorevolezza, per cui in generale il  valore persuasivo delle sue pronunce si colloca ad un livello molto basso”.

Se è vero, come alcuni dicono, che ci sono “strani e inquietanti andirivieni tra carcere, padrini, pentiti e magistrati”, quale credito si può dare alla Giustizia? “Quis custodiet ipsos custodes?”, diceva Giovenale (“Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?”).

“Una riforma della Giustizia non può partire da uno spirito vendicativo”, ha detto il direttore del Secolo, Flavia Perina. Giusto. Ma altrettanto giusto è ciò che le ha risposto Paolo Liguori:  “Dobbiamo aspettare che domani in televisione un altro magistrato dica che il premier se ne deve andare?”. Ora, se c’è uno, fra i due contendenti, che deve, per primo, mostrarsi equilibrato, sereno, imparziale, è proprio il magistrato. Nessuno deve fare un passo indietro, al punto in cui siamo arrivati: si tratta di non fare più un passo avanti in una direzione sbagliata.         

Quanto all’accusa di invasione di campo mossa dai magistrati alla politica, ci sono ben altri settori che usurpano la Giustizia: quello della giustizia spettacolo in televisione, amministrata e guidata faziosamente (non per amore di libertà o di verità, ma per palese odio viscerale) da giornalisti che assumono il ruolo di Grandi Accusatori, con un pubblico scelto al 90% da loro stessi. E per di più con l’intervento di magistrati, che dovrebbero svolgere il loro lavoro nelle aule dei tribunali non negli studi televisivi. (E che addirittura pretendono di “acquisire” le dichiarazioni che il capo del Governo ha fatto a porte chiuse in una riunione coi suoi ministri). Questa sì è una usurpazione, un’offesa alla Giustizia, una umiliazione dei magistrati stessi, i quali scendono dai loro seggi istituzionali per misurarsi come dei pugili sul ring fra due opposte tifoserie, assoggettandosi, prostituendosi agli umori e ai bisogni della piazza, alla propria vanità, al proprio spirito di rivalsa, agli interessi di carriera e così via. Sono i magistrati stessi che abdicano alla loro alta e nobile funzione, insinuando anche loro sospetti e timori, nonché il dubbio se la Giustizia sia veramente autonoma, come loro vanno gridando. Se non sono i magistrati a riformare prima se stessi non c’è speranza di salvezza, per la Giustizia e per il nostro Paese. 

“La legge è uguale per tutti”, “Ci si difende nei processi non dai processi”: sono due affermazioni che solo un ipocrita o un superficiale può prendere e spacciare per verità assolute e da rispettarsi in qualsiasi caso. Una cosa è certa: da questa vicenda il presidente del Consiglio deve uscirne, ma con dignità. Ed è proprio al di fuori dei processi che deve difendersi, per evitare che nei processi i magistrati facciano di lui uno spezzatino e magari alla fine lo assolvano senza nemmeno chiedergli scusa, e infangando comunque il suo passato. Finché continueranno a sputargli addosso, Egli non si dimetterà. Gli avversari la smettano dunque di provocarlo, tirando in ballo leggi che loro sì in questo caso invocano ad personam, cioè a proprio uso e consumo. La smettano di insultarlo con frasi e con titoli puerili del tipo (ne citiamo una sola, di Omnibus): “Il caimano, il monarca, Papi, il re Sole, per brevità chiamato Silvio” (a quali bassezze, a quali livelli di incultura è arrivato il giornalismo!). Se la legge è uguale per tutti un capo del Governo deve poter affrontare i processi in condizioni di parità con gli altri cittadini, cioè al termine del suo mandato, senza sentirsi gravato e umiliato dal peso della carica che riveste.

 Ma se la Giustizia piange, la Politica non ride. Dopo poco più di un anno dalla sua nascita il Popolo della Libertà ha cominciato a perdere pezzi. E’ in atto uno smembramento nella Destra, la quale sembrava aver trovato una casa comune e ora, invece, una sua parte, piccolissima, in verità, si è messa a scalpitare, come un figlio ribelle o insofferente all’interno della propria famiglia. Se Fini abbia o non abbia ragione di comportarsi così, in un modo che una grande fetta del suo elettorato non condivide, si vedrà al termine di questo gioco, che in ogni caso non è certo pulito e che ormai si protrae da alcuni mesi: in politica il fine giustifica i mezzi, e tutto è bene quel che finisce bene. E’ certo, però, che in questo gioco l’attaccante non può andare avanti a furia di affermazioni e di smentite, di sussurri “fuori onda” e proclami in diretta, chiari, inequivocabili. Tanto più quando l’opposizione inneggia a lui, associandolo a se stessa. A questo punto l’attaccante ha il dovere di rispondere, smentendo o confermando, e se conferma non può più mantenere il suo ruolo all’interno della coalizione. Sarà la Storia, saranno i risultati finali a dire se ha agito bene o se ha agito male: anche Cesare, anche Mussolini e persino Cristo sono stati traditi e fatti fuori dai loro stessi seguaci, ma la fine dei primi due ha sventato il pericolo di una dittatura e portato alla democrazia, quanto a Cristo, senza quel tradimento e quella morte oggi il Cristianesimo non ci sarebbe, o sarebbe una cosa ben diversa.

Oportet ut scandala eveniant: gli scandali, a volte, sono necessari. Ma ciò non giustifica certi comportamenti: scandalosi o riprovevoli non sono i fatti o le parole in sé, lo sono i modi, la forma, in cui si agisce o si parla. Ma poi, è proprio necessario dire certe cose? Sino a che punto è lecito utilizzare un ruolo istituzionale per esporre un pensiero che diversamente non si avrebbe il coraggio di manifestare? Può un leader politico, esperto, consumato, non essere capace di prevedere o immaginare in partenza le conseguenze che un suo gesto o una sua parola potrebbero provocare?

L’abiura di Fini (che non è la prima) rischia di ridurre la Destra a un mondo “sottinteso e sottotraccia” (come ha scritto Marcello Veneziani). Che fine farebbe il bagaglio di cultura, di idealità, di istanze sociali che la Destra ha portato all’interno del Popolo della Libertà? L’identità nazionale, la difesa della nostra civiltà, il senso dello Stato, la nostra memoria storica, la nostra religione, il primato della famiglia, la lotta per la meritocrazia? Né può questo mondo essere fagocitato da Forza Italia, perché allora davvero il Popolo della Libertà si ridurrebbe ad un Partito Azienda, e si tornerebbe indietro. Bisogna ricomporre e rinsaldare la trinità rappresentata dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo (la Lega), che pur facendo parte a sé “partecipa sia del Padre che del Figlio”.

In ogni caso la sintesi fra le diverse culture non può che avvenire all’interno del Popolo della libertà, è lì che i suoi contrasti devono trovare una soluzione: cosa che, da qualche mese a questa parte e almeno sino a questo momento, l’attuale leader della Destra sembra non volere, avendo assunto una posizione che di fatto, se non fuori, lo mette contro il Popolo della Libertà, di cui è stato cofondatore. Il suo atteggiamento, sul piano umano e morale, non è certamente corretto (vedremo se il risultato finale in qualche modo potrà giustificarlo), ma se può essere comprensibile, data anche la carica che riveste, ch’egli si atteggi a garante e quale mediatore in un conflitto istituzionale che non ha altra alternativa, certamente non lo è quando si lascia andare ad affermazioni o apprezzamenti nei confronti degli alleati stessi, definendo una “caserma” la Casa che lo ha accolto benevolmente e innalzato agli onori di un ruolo istituzionale, accusando il premier di essere un monarca, un imperatore (pergiunta ormai spacciato), rinfacciando il passato di comunista a chi può essere considerato l’anima più buona e più mite del Popolo della Libertà (da quale pulpito viene la predica!), il che dimostra come ce ne siano di simili anche fra i comunisti. Un presidente della Camera non può scendere a questi livelli, allineandosi e alleandosi di fatto con l’opposizione (di cui mostra di usare gli stessi mezzi). Quella battuta avrebbe ferito chiunque, e tanto più ha ferito il candido Sandro Bondi, che giustamente ha risposto: “Il fatto di essere stato iscritto al Partito Comunista Italiano non ha impedito al Presidente Silvio Berlusconi di scegliermi come coordinatore nazionale di un partito liberale come Forza Italia. Anche questa scelta mi ha fatto capire che Berlusconi è fatto di una pasta umana e di uno stile diverso da quello di ogni altro leader politico, compreso Gianfranco Fini”.

Tutto ciò non può che produrre amarezza e delusione in chi, nonostante tutto, sperava che nella politica esistesse ancora un briciolo di dignità.

A questo punto il presidente della Camera non ha alternativa al di fuori di queste due soluzioni: o si pente delle affermazioni avventate e ingenerose nei confronti dei suoi alleati e rientra in “caserma”, o tira dritto sino in fondo, se vuol restare coerente almeno con questa sua ultima incoerenza.

 Cosa si ricava da tutto ciò? Quali riflessioni suggeriscono i comportamenti della Politica e della Giustizia? Qual è, in poche parole, la morale? Già, la morale: è proprio la morale che ne esce malconcia, quella morale che secondo Plutarco deve essere, insieme alla filosofia, il fondamento e la guida di una sana politica e di una giustizia giusta. E che faceva dire ad André Malraux: “Non si fa politica con la morale, ma senza morale non se ne fa abbastanza”. Se i politici conducessero tutti una vita irreprensibile e trasparente non ci sarebbero giornalisti che vanno a ficcare il naso nella loro vita privata, appostandosi giorno e notte davanti alle loro ville, violandone le mura coi teleobiettivi. E se tutti i magistrati non usassero l’aula di un tribunale come un ring per colpire l’“avversario”, nessuno potrebbe dire (come Socrate): “Non rimprovero i giudici per avermi condannato, li rimprovero per avermi condannato con cattiveria”.

A rimetterci la faccia è l’Italia tutta, che agli occhi degli stranieri si è fatta la nomea di un paese di mafiosi, compresi coloro che dicono di lottare contro la mafia, perché la mafia ha tanti volti e tante sfaccettature.

Con l’ultima manifestazione di piazza abbiamo toccato il fondo della pazzia e della stupidità, con individui mascherati da Berlusconi e recanti la scritta: “Berlusconi mafioso. Fatti processare, buffone!!!”. Qualcuno l’ha definita una manifestazione “bella e giovane”. Come la moltitudine dei musulmani prostrati davanti al duomo di Milano, che un cardinale ha definito “una realtà concreta e molto bella”.

Ma dove stiamo andando?