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Archivio del mese di febbraio, 2013

Il gran rifiuto

Il gran rifiuto

O papa Benedetto sedicesimo,

col tuo solenne addio pontificale

decisamente hai rotto un incantesimo,

dando alla Chiesa una svolta epocale.

 

E’ un grande colpo inferto al Cristianesimo,

un tradimento, un fatto madornale.

Anche se Celestin fece il medesimo,

al mondo il gesto tuo non ha l’uguale.

 

Pur se nel tempo si dirà di te

che hai fatto per l’etade il gran rifiuto,

una scusante qual che sia non c’è.

 

Non fece Cristo allora alcun rifiuto

quando prese la croce su di sé,

mentre il calvario tu non l’hai voluto.

 

E se cominciassimo con l’eliminare la croce?

 

Mario Scaffidi Abbate

 

L’addio di papa Benedetto XVI al soglio pontificio impone una domanda fondamentale e ineludibile: Qual è lo stato della Chiesa cristiana e quali sono le riforme che essa deve affrontare? Oggi nel mondo sono milioni i cristiani che non accettano il Dio del Vecchio Testamento e molti contenuti delle Sacre Scritture. Bisogna dar loro una risposta. Il mondo invecchia su credenze ormai superate, su miti che non convincono più la maggior parte delle persone nell’èra dei computer e dei cellulari. In America, dove la Bibbiaè più diffusa che altrove e più avvertita è la necessità di un rinnovamento religioso, un sondaggio della Barna Organization ha rilevato che circa il 90% degli abitanti possiedono una Bibbia ma solo un terzo di essi la sfogliano in media meno di una volta alla settimana. Più della metà la leggono meno di una volta al mese e il 24% afferma di non averla mai letta. Ciò spiega perché gli americani sappiano così poco di un libro che è alla base della fede della maggior parte di loro. Otto americani su dieci si dichiarano cristiani, ma solo quattro su dieci sanno che il Discorso della Montagna l’ha pronunciato Gesù. Meno della metà degli adulti sa che gli autori dei Vangeli si chiamano Matteo, Marco, Luca e Giovanni, e ancora più numerosi sono coloro che ignorano l’esistenza dei dodici apostoli e il nome del paese in cui è nato Gesù. Una gran parte degli americani considerano i Dieci Comandamenti delle buone regole da seguire ma non sanno esattamente quali siano.

Questa scarsa lettura della Bibbia da parte degli americani, sempre secondo il sondaggio, dipende dalla convinzione, radicata nell’80% delle persone, che quel libro sia pressoché inaccessibile e di difficile comprensione e che abbia poco da dire al mondo di oggi. Il numero di cristiani americani fondamentalisti, che prendono per vera ogni parola della Bibbia, continua a diminuire: dal 34% del 1985 la percentuale di coloro i quali credono che l’intera Bibbia sia la reale parola di Dio è scesa al 31%. Il panorama europeo non è più confortante. Si può concludere che la Bibbia, pur essendo il più venduto, sia il libro meno letto e meno capito del mondo.

La mancanza di risposte adeguate e convincenti spiega il proliferare di tanti movimenti religiosi e di tante sette, comprese quelle sataniche, né si può sperare che la situazione migliori, se la Chiesa non si rinnova, di fronte alla valanga di notizie relative alla Bibbia, di commenti, di giudizi, di dibattiti e di libri che circolano e che continueranno a circolare su Internet sempre più numerosi e alla facilità di poter effettuare tramite la Rete uno studio comparato di tutte le religioni. Forse Dio proprio su Internet sta già mostrando il suo vero volto, sta già facendo le sue prime apparizioni, i suoi primi “miracoli”: un mistico indiano contemporaneo, Sri Bhagavan, definisce Internet “il riflesso tecnologico di come funziona Dio, in cui tutte le cose sono connesse fra loro”, anzi, dice esplicitamente che “Internet è Dio”. In ogni caso è certo che la tecnologia ha un importantissimo ruolo nel risveglio spirituale dell’uomo e che sarà la scienza a darci un’immagine più coerente di Dio, perché Dio è sostanza, sostanza di cose concrete, non di cose “sperate”, come dice San Paolo della fede.

La Chiesa cattolica deve rinnovarsi, operare una riforma che muova proprio da una rilettura e da una giusta collocazione della Bibbia, soprattutto del Vecchio Testamento, che mal si concilia col Nuovo. Deve parlare un altro linguaggio, non sono più accettabili certe espressioni, come quella secondo cui “non si può raggiungere con le sole forze umane una salvezza che al cristiano è stata guadagnata e offerta gratis dal suo Dio”, dove quel “suo” indica una palese discriminazione ed è la più grande forma di razzismo religioso. Non si può definire tutto ciò che non rientra nel rituale della Chiesa cristiana – come la preghiera, la confessione e l’eucaristia – “il patetico bagaglio del povero, più che il traboccante tesoro del ricco” (Vittorio Messori).

Dall’altra parte dire che il Cristianesimo non è l’unica strada che conduce a Dio, che anche nella Bibbia sono presenti lacune, insufficienze ed errori, che i testi sacri delle altre religioni “possono” considerarsi complementari al Vecchio Testamento e che questo non può essere la “preparazione immediata all’evento di Cristo”, quando gli Ebrei, che sono i veri custodi di quel testo, aspettano ancora il Messia, non è una bestemmia.

E’ giunto il tempo di una riscoperta del Cristo in una nuova prospettiva, che senza escludere quella tradizionale costituisca una sorta di passepartout in grado di consentire a tutti i fedeli, cristiani e non cristiani, di accostarsi a Dio in una visione totale e più coerente. In un mondo ormai avviato verso una delle più grandi trasformazioni della Storia, in cui gl’immigrati rivestono un ruolo fondamentale, Cristo può costituire l’elemento unificatore di tutti i popoli e di tutti i credenti, in particolare quale punto di riferimento, guida e conforto dei diseredati e degli oppressi che vanno in cerca di una nuova patria, ospitale e generosa.

Una ventina di anni fa, nel corso di un seminario interreligioso dal titolo Misticismo sivaita e misticismo cristiano tenutosi a Rajpur, un sacerdote cattolico, Raimon Panikkar, considerato uno dei più grandi pensatori del nostro tempo e punto d’incontro fra Oriente e Occidente, affermò che “i cristiani non hanno il monopolio sulla conoscenza di Cristo”, il cui mistero si manifesta anche in altre religioni attraverso simboli aventi una funzione equivalente, come l’immagine della Trinità, “esperienza di una visione che esiste in tutte le tradizioni e persino struttura dello spirito umano”. E dopo essersi chiesto se non sia necessario distruggere i simboli delle altre religioni “per instaurare i presupposti sui quali poggia la rivelazione cristiana”, concludeva che la cristofania del Terzo Millennio non può essere settaria, poiché “il Figlio dell’uomo morì fuori dai confini della città santa”.

Forse una delle principali riforme, se non la prima, che la chiesa cristiana dovrebbe operare riguarda l’immagine di Cristo, almeno quella ufficiale. E’ noto che i fedeli delle altre religioni, specialmente i musulmani, guardano alla crocifissione di Gesù come ad un fatto assurdo, inconcepibile per un Dio (e Cristo è Dio che si fa uomo). Ebbene, anche se ciò costituisce l’atto più alto e più poetico, unico e sublime della Divinità, occorre spogliare Cristo della croce, un simbolo in cui i più vedono solo un’immagine macabra, di dolore e di morte. E non sarebbe una novità, poiché sino al 1200 Cristo veniva rappresentato appunto senza la croce, con le braccia e lo sguardo protesi verso il cielo, quale simbolo di resurrezione, un Christus triumphans, non un Christus patiens, quale venne raffigurato successivamente. Un Cristo restituito alla sua immagine originaria potrebbe costituire indubbiamente, nel coro di tutti i credenti, uno strumento di unione, non più di divisione.

Ecco, fra le tante, alcune delle questioni principali che la Chiesa deve affrontare:

1. Dare un’immagine più coerente, logica e convincente della Divinità, parlandone con un linguaggio nuovo, consono non solo al nostro tempo ma anche alla essenza stessa di Dio, di cui la Chiesa continua invece ad offrire una visione convenzionale e riduttiva, ai limiti del paganesimo e dell’antropomorfismo. Giovanni Papini diceva che “chi si figura Dio come un ottimo e placido Vecchio adibito alla distribuzione di elisiri, di premi e di castighi ai suoi servitori non è arrivato neanche al peristilio del Cristianesimo”. Ma già Empedocle scriveva: “La divinità  non porta  testa umana, né spalle da cui scendano due rami, non ha piedi, ginocchia o sesso peloso, ma puro spirito,  sacro  ed  ineffabile, governa  e percorre tutto l’universo con la velocità del pensiero”. Plotino proclamava addirittura che la sola ricerca di Dio, il riferirgli anche un solo attributo, è una bestemmia. “Dio”, diceva, “non è una cosa, non è una qualità, non è una quantità, non è intelletto e non è anima, non è né in movimento né in quiete, né nello spazio né nel tempo. Quando pensate a Lui Egli èsempre qualcosa di più, e quando Lo unificate nella vostra mente il grado di unità con cui Egli trascende il vostro pensiero è più elevato di quanto possiate immaginare”.

2. La storia biblica della creazione, dalla quale l’uomo sarebbe caduto nel peccato, è una favola. Il peccato stesso potrebbe essere inteso come un difetto (dal latino peccus) del senso del divino, verificatosi in seguito alla umanizzazione di Dio, un difetto o una diminuzione, che avrebbe  spezzato anche il senso dell’unità fra l’uomo e Dio stesso. Il conseguente senso di colpa, nel processo o gioco dialettico di Dio (perché tale è la vita umana), sarebbe necessario per recuperare quell’unità perduta.

3. L’Immacolata Concezione e i miracoli del Nuovo Testamento non possono più essere interpretati come eventi sovrannaturali generati direttamente e personalmente da Dio. Anche la Resurrezione va vista in una luce nuova.

4. Quella della croce quale strumento di un sacrificio divino per rimuovere i peccati del mondo è una visione barbara, basata su un concetto primitivo di Dio.

5. Non c’è un criterio esterno e fisso che possa stabilire per sempre il nostro comportamento etico, che varia in relazione ai tempi.

6. La vita dopo la morte non può essere legata all’idea di premio e di castigo.

7. La preghiera non può essere la richiesta di qualche cosa fatta alla divinità affinché essa agisca in un determinato modo. Come dice Sant’Agostino, è Dio stesso che prega in noi, con noi e per noi ai fini della sua creazione: la preghiera sarebbe insomma una sorta di chiave o formula magica che Dio si è riservato nella sua condizione umana ai fini di un contatto diretto e immediato con la sua dimensione assoluta.

L’Opinione, 14.2.2013