Main menu:

Giornalismo

 

E se cominciassimo con l’eliminare la croce?

                                                                 Mario Scaffidi Abbate

 

L’addio di papa Benedetto XVI al soglio pontificio impone una domanda fondamentale e ineludibile: Qual è lo stato della Chiesa cristiana e quali sono le riforme che essa deve affrontare? Oggi nel mondo sono milioni i cristiani che non accettano il Dio del Vecchio Testamento e molti contenuti delle Sacre Scritture. Bisogna dar loro una risposta. Il mondo invecchia su credenze ormai superate, su miti che non convincono più la maggior parte delle persone nell’èra dei computer e dei cellulari. In America, dove la Bibbiaè più diffusa che altrove e più avvertita è la necessità di un rinnovamento religioso, un sondaggio della Barna Organization ha rilevato che circa il 90% degli abitanti possiedono una Bibbia ma solo un terzo di essi la sfogliano in media meno di una volta alla settimana. Più della metà la leggono meno di una volta al mese e il 24% afferma di non averla mai letta. Ciò spiega perché gli americani sappiano così poco di un libro che è alla base della fede della maggior parte di loro. Otto americani su dieci si dichiarano cristiani, ma solo quattro su dieci sanno che il Discorso della Montagna l’ha pronunciato Gesù. Meno della metà degli adulti sa che gli autori dei Vangeli si chiamano Matteo, Marco, Luca e Giovanni, e ancora più numerosi sono coloro che ignorano l’esistenza dei dodici apostoli e il nome del paese in cui è nato Gesù. Una gran parte degli americani considerano i Dieci Comandamenti delle buone regole da seguire ma non sanno esattamente quali siano.

Questa scarsa lettura della Bibbia da parte degli americani, sempre secondo il sondaggio, dipende dalla convinzione, radicata nell’80% delle persone, che quel libro sia pressoché inaccessibile e di difficile comprensione e che abbia poco da dire al mondo di oggi. Il numero di cristiani americani fondamentalisti, che prendono per vera ogni parola della Bibbia, continua a diminuire: dal 34% del 1985 la percentuale di coloro i quali credono che l’intera Bibbia sia la reale parola di Dio è scesa al 31%. Il panorama europeo non è più confortante. Si può concludere che la Bibbia, pur essendo il più venduto, sia il libro meno letto e meno capito del mondo.

La mancanza di risposte adeguate e convincenti spiega il proliferare di tanti movimenti religiosi e di tante sette, comprese quelle sataniche, né si può sperare che la situazione migliori, se la Chiesa non si rinnova, di fronte alla valanga di notizie relative alla Bibbia, di commenti, di giudizi, di dibattiti e di libri che circolano e che continueranno a circolare su Internet sempre più numerosi e alla facilità di poter effettuare tramite la Rete uno studio comparato di tutte le religioni. Forse Dio proprio su Internet sta già mostrando il suo vero volto, sta già facendo le sue prime apparizioni, i suoi primi “miracoli”: un mistico indiano contemporaneo, Sri Bhagavan, definisce Internet “il riflesso tecnologico di come funziona Dio, in cui tutte le cose sono connesse fra loro”, anzi, dice esplicitamente che “Internet è Dio”. In ogni caso è certo che la tecnologia ha un importantissimo ruolo nel risveglio spirituale dell’uomo e che sarà la scienza a darci un’immagine più coerente di Dio, perché Dio è sostanza, sostanza di cose concrete, non di cose “sperate”, come dice San Paolo della fede.

La Chiesa cattolica deve rinnovarsi, operare una riforma che muova proprio da una rilettura e da una giusta collocazione della Bibbia, soprattutto del Vecchio Testamento, che mal si concilia col Nuovo. Deve parlare un altro linguaggio, non sono più accettabili certe espressioni, come quella secondo cui “non si può raggiungere con le sole forze umane una salvezza che al cristiano è stata guadagnata e offerta gratis dal suo Dio”, dove quel “suo” indica una palese discriminazione ed è la più grande forma di razzismo religioso. Non si può definire tutto ciò che non rientra nel rituale della Chiesa cristiana – come la preghiera, la confessione e l’eucaristia – “il patetico bagaglio del povero, più che il traboccante tesoro del ricco” (Vittorio Messori).

Dall’altra parte dire che il Cristianesimo non è l’unica strada che conduce a Dio, che anche nella Bibbia sono presenti lacune, insufficienze ed errori, che i testi sacri delle altre religioni “possono” considerarsi complementari al Vecchio Testamento e che questo non può essere la “preparazione immediata all’evento di Cristo”, quando gli Ebrei, che sono i veri custodi di quel testo, aspettano ancora il Messia, non è una bestemmia.

E’ giunto il tempo di una riscoperta del Cristo in una nuova prospettiva, che senza escludere quella tradizionale costituisca una sorta di passepartout in grado di consentire a tutti i fedeli, cristiani e non cristiani, di accostarsi a Dio in una visione totale e più coerente. In un mondo ormai avviato verso una delle più grandi trasformazioni della Storia, in cui gl’immigrati rivestono un ruolo fondamentale, Cristo può costituire l’elemento unificatore di tutti i popoli e di tutti i credenti, in particolare quale punto di riferimento, guida e conforto dei diseredati e degli oppressi che vanno in cerca di una nuova patria, ospitale e generosa.

Una ventina di anni fa, nel corso di un seminario interreligioso dal titolo Misticismo sivaita e misticismo cristiano tenutosi a Rajpur, un sacerdote cattolico, Raimon Panikkar, considerato uno dei più grandi pensatori del nostro tempo e punto d’incontro fra Oriente e Occidente, affermò che “i cristiani non hanno il monopolio sulla conoscenza di Cristo”, il cui mistero si manifesta anche in altre religioni attraverso simboli aventi una funzione equivalente, come l’immagine della Trinità, “esperienza di una visione che esiste in tutte le tradizioni e persino struttura dello spirito umano”. E dopo essersi chiesto se non sia necessario distruggere i simboli delle altre religioni “per instaurare i presupposti sui quali poggia la rivelazione cristiana”, concludeva che la cristofania del Terzo Millennio non può essere settaria, poiché “il Figlio dell’uomo morì fuori dai confini della città santa”.

Forse una delle principali riforme, se non la prima, che la chiesa cristiana dovrebbe operare riguarda l’immagine di Cristo, almeno quella ufficiale. E’ noto che i fedeli delle altre religioni, specialmente i musulmani, guardano alla crocifissione di Gesù come ad un fatto assurdo, inconcepibile per un Dio (e Cristo è Dio che si fa uomo). Ebbene, anche se ciò costituisce l’atto più alto e più poetico, unico e sublime della Divinità, occorre spogliare Cristo della croce, un simbolo in cui i più vedono solo un’immagine macabra, di dolore e di morte. E non sarebbe una novità, poiché sino al 1200 Cristo veniva rappresentato appunto senza la croce, con le braccia e lo sguardo protesi verso il cielo, quale simbolo di resurrezione, un Christus triumphans, non un Christus patiens, quale venne raffigurato successivamente. Un Cristo restituito alla sua immagine originaria potrebbe costituire indubbiamente, nel coro di tutti i credenti, uno strumento di unione, non più di divisione.

Ecco, fra le tante, alcune delle questioni principali che la Chiesa deve affrontare:

1. Dare un’immagine più coerente, logica e convincente della Divinità, parlandone con un linguaggio nuovo, consono non solo al nostro tempo ma anche alla essenza stessa di Dio, di cui la Chiesa continua invece ad offrire una visione convenzionale e riduttiva, ai limiti del paganesimo e dell’antropomorfismo. Giovanni Papini diceva che “chi si figura Dio come un ottimo e placido Vecchio adibito alla distribuzione di elisiri, di premi e di castighi ai suoi servitori non è arrivato neanche al peristilio del Cristianesimo”. Ma già Empedocle scriveva: “La divinità  non porta  testa umana, né spalle da cui scendano due rami, non ha piedi, ginocchia o sesso peloso, ma puro spirito,  sacro  ed  ineffabile, governa  e percorre tutto l’universo con la velocità del pensiero”. Plotino proclamava addirittura che la sola ricerca di Dio, il riferirgli anche un solo attributo, è una bestemmia. “Dio”, diceva, “non è una cosa, non è una qualità, non è una quantità, non è intelletto e non è anima, non è né in movimento né in quiete, né nello spazio né nel tempo. Quando pensate a Lui Egli èsempre qualcosa di più, e quando Lo unificate nella vostra mente il grado di unità con cui Egli trascende il vostro pensiero è più elevato di quanto possiate immaginare”.

2. La storia biblica della creazione, dalla quale l’uomo sarebbe caduto nel peccato, è una favola. Il peccato stesso potrebbe essere inteso come un difetto (dal latino peccus) del senso del divino, verificatosi in seguito alla umanizzazione di Dio, un difetto o una diminuzione, che avrebbe  spezzato anche il senso dell’unità fra l’uomo e Dio stesso. Il conseguente senso di colpa, nel processo o gioco dialettico di Dio (perché tale è la vita umana), sarebbe necessario per recuperare quell’unità perduta.

3. L’Immacolata Concezione e i miracoli del Nuovo Testamento non possono più essere interpretati come eventi sovrannaturali generati direttamente e personalmente da Dio. Anche la Resurrezione va vista in una luce nuova.

4. Quella della croce quale strumento di un sacrificio divino per rimuovere i peccati del mondo è una visione barbara, basata su un concetto primitivo di Dio.

5. Non c’è un criterio esterno e fisso che possa stabilire per sempre il nostro comportamento etico, che varia in relazione ai tempi.

6. La vita dopo la morte non può essere legata all’idea di premio e di castigo.

7. La preghiera non può essere la richiesta di qualche cosa fatta alla divinità affinché essa agisca in un determinato modo. Come dice Sant’Agostino, è Dio stesso che prega in noi, con noi e per noi ai fini della sua creazione: la preghiera sarebbe insomma una sorta di chiave o formula magica che Dio si è riservato nella sua condizione umana ai fini di un contatto diretto e immediato con la sua dimensione assoluta.

L’Opinione, 14.2.2013

 

QUANTO DEVONO GLI STRANIERI

ALLA CULTURA ITALIANA

di Mario Scaffidi Abbate

 

L’Italia: un passaggio obbligatorio per giungere

a un sentimento vivo dell’Europa intera” (Guido Piovene)

L

Italia ha sempre costituito un abbeveratoio di cultura per i letterati e gli artisti stranieri. Già nel 1300 Geoffrey Chaucer – che per primo elevò a dignità di lingua uno dei tanti dialetti anglosassoni – testimonia il suo debito nei confronti della nostra cultura. Grande ammiratore della poesia italiana, ne trasferì argo­menti e immagini nella lingua inglese. I suoi modelli furono la Divina Commedia, il Canzoniere e il Decamerone: La casa della Fama si ispira al poema di Dante e ai Trionfi del Petrarca, il Racconto del monaco èuna parafrasi dell’episodio del conte Ugolino, il piano generale dei famosi Racconti di Canterbury è dovuto ancora alla Divina Commedia, da cui l’Autore trasse numerosi spunti, mentre la cornice e i contenuti deriva­no in gran parte dal Decamerone.

Nel Cinquecento Montaigne nel suo Viaggio in Italia descrive il fascino che su di lui esercitò il nostro Paese, soprat­tutto Firenze. Non sappiamo in quale misura Shakespeare sia stato influenzato dalla cultura classica: il suo amico Ben Jhonson sosteneva che egli sapeva “ben poco di latino e meno di greco”, e secondo altri la sua dimestichezza col mondo classico sarebbe derivata unicamente dalla lettura di una traduzione delle Vite di Plutarco. Sta di fatto che la sua opera è intrisa del nostro Rinascimento e che quelle commedie che non appartengono al ciclo classico sono trat­te quasi tutte dalla novellistica italiana. Quanto a Milton, anche escludendo che il suo Paradiso perduto sia un plagio del Mondo creato del Tasso o dell’Adamo di G.B. Andreini (come vorrebbe Voltaire), è certo che non avrebbe potu­to scriverlo se non avesse soggiornato in Italia.

Nel Settecento furono nel nostro Paese il marchese De Sade e Montesquieu, entrambi autori di un Viaggio in Italia, e negli ultimi anni vi giunse Goethe, che annotava nel suo diario: “II giorno in cui sono giunto a Roma è il giorno della mia rinascita. In Roma ho ritrovato me stesso, ho conosciuto le più alte gioie dell’esistenza”. Autore del famoso Viaggio in Italia, nelle Elegie romane cantava: “Come lieto, ispirato io qui mi sento, / qui sul classico suolo!” In Italia soggiornò anche Stendhal, che vi trovò ispirazione per Roma, Napoli, Firenze e per Storie romane, e che nella Vie de Henry Brulard descrive il suo rapimento nel vedere come il bello trovi nel nostro Paese la sua migliore realizzazione (“Terre de grace et de clarté, / un enfant t’est venu de France / qui te demandait la science: / tu lui révélas la beauté!”). Ma il suo cuore batte soprattutto per Milano, alla cui vista – annota nel suo diario – “spuntò l’aurora della mia vita”. Stendhal nutriva una grande ammirazione per i milanesi (“mai incontrata gente più adatta a me”), di cui lodava soprattutto la saggezza, la bontà, la naturalezza, la semplicità e la stringatezza nel linguaggio. “Quando sono fra i milanesi e parlo milanese”, scriveva, “dimentico la cattiveria degli uomini e tutta la parte malvagia dell’animo mio si addormenta all’istante”. E a maggior gloria di Milano aggiungeva: “Molti francesi della grande epoca sono venuti qui a prendere catene che hanno conservato sino alla tomba”. Ma sugli Italiani c’è un suo passo significativo che ha del profetico: “Tremo per i giorni futuri d’Italia. Questo paese avrà filosofi come Beccaria, poeti come Alfieri, soldati come Santa Rosa; ma questi uomini illustri sono a troppo grande distanza dalla massa popolare. E’ necessario un Napoleone. Ma dove lo si va a prendere?”

Molti e frequenti furono i contatti fra la cultura inglese e quella italiana nel periodo romantico: i poeti inglesi venivano nel nostro Paese, vi soggiornavano a lungo, si commuovevano, s’inginoc­chiavano di fronte alle testi­monianze della sua grandez­za passata, cospiravano anch’essi e s’infiammavano per il nostro riscatto. Byron, mentre cavalca nella pineta di Ravenna o cammina lungo l’Arno, studia l’arte italiana attraverso il Pulci, di cui nel Don Giovanni imita anche l’i­ronia, che molto contribuirà all’affermarsi del tipico humour inglese. E Shelley? Non trovò forse in Italia la sua più alta ispi­razione? Venuto a Roma nel 1818, rimase subito colpito dal “divino fascino della città eterna”, che come una “molle sovrana, tiene la sua pallida corte in mezzo alla magnificenza e alla dissoluzione”. Cento città italiane recano lapidi col suo nome, e a Viareggio una piazza ricorda che lì fu portato dalle onde il suo corpo senza vita dopo il naufragio della sua imbarcazione. E le sue ceneri, come quelle del figlio William, morto per un attacco di gastrite, furono sepolte nel cimitero protestante di Testaccio, a Roma, definito da Shelley “il più bello e solenne cimitero”. Sulla sua tomba sono incisi i celebri versi della Tempesta di Shakespeare: “Nulla di lui perisce, ma tutto è trasformato dal mare in qualche cosa di ricco e di straordinario”.

Dietro consiglio di Shelley, perché malato di etisia, venne a Roma anche Keats, celebre per le sue odi (fra cui A Psiche, A un usignolo e Su un’urna greca), e lì, tre mesi dopo, chiuse per sempre i suoi occhi, che si erano nutriti del nostro limpido cielo, ai piedi della Scalinata di Piazza di Spagna, dal lato della Barcaccia, in un palazzina che porta il suo nome. Sulla sua tomba (anch’essa nel cimite­ro protestante di Roma) è incisa questa epigrafe: “Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua”.

Franz Liszt a Milano si sentiva “inebriato d’arte e d’ogni gaudio terrestre” e al Teatro alla Scala si abbandonava a strabi­lianti improvvisazioni su temi suggeriti dagli ascoltatori, Alfred de Musset lasciò tracce del suo soggiorno in Italia nella Confessioni d’un enfant du siècle (in cui narra il suo amore infelice per George Sand, di cui ebbe a soffrire a Venezia).

Subirono il fascino della cultura italiana anche Ippolito Taine, autore, pure lui, di un Viaggio in Italia, Dickens, Proust (alla ricerca del suo tempo perduto), Wagner (che a Venezia, come scrive egli stesso, dovette lottare per pro­curarsi il necessario per vivere, violentando la sua vera natura “per apparire tutt’altro a coloro da cui attendo un appoggio”). E Théophile Gautier, anch’egli auto­re di un Viaggio in Italia (bella è la descrizione del famoso Caffè Pedrocchi di Padova), Laurence Sterne, autore del Viaggio sentimentale in Francia e in Italia, Alessandro Dumas padre, Balzac, Oscar Wilde, Gregorovius, che venuto in Italia per scrivere la sua Storia di Roma nel Medioevo annota nei Diari romani:“Roma è il Demonio col quale lotto. Se potrò uscire vittorioso dalla lotta, cioè se riuscirò a dominare questo essere potente e universale e farne oggetto dell’osservazio­ne indagatrice e del senso artistico, sarò anch’io un trionfatore”. Accanto a lui il Mommsen, autore della Storia di Roma, Ibsen, Nietzsche, Winkelmann, il grande studioso di antichità classica. E ai giorni nostri Hemingway (che durante la prima guerra mondiale combatté come volontario sul fronte italiano), Strawinsky, Sartre, Cocteau. Quanti scambi, di cultura, di amore, di ardore patriottico fra cittadini di nazioni diverse, che già sentivano l’Europa come una patria comune e più grande!

(il Giornale d’Italia)

Per gentile concessione del suo direttore, pubblichiamo l’editoriale

apparso sull’ultimo numero della rivista “CULTURA”,

organo dell’Istituto Europeo per le Politiche Culturali e Ambientali

(di cui Mario Scaffidi Abbate è Vicepresidente)

ALLE “ANIME BELLE”

 

DELLA SINISTRA ITALIANA

di Mario Scaffidi Abbate

N

ata all’insegna della riconciliazione, sull’esempio del celebre foglio azzurro dei letterati romantici, CULTURA si è sempre astenuta da ogni polemica, avendo come scopo quello appunto di contribuire a raccogliere sotto la stessa bandiera tutti “i sinceri amatori del vero”, perché “fra i pareri discordi se chi disputa possiede senno ed onestà, balza fuori sempre qualche utile verità”. Ma oggi, dopo quattro anni, visto che è praticamente impossibile instaurare con chi la pensa diversamente da noi un rapporto improntato alla stima reciproca e alla collaborazione, abbiamo deciso – non senza esitazione e sofferenza – di impugnare, almeno per un momento, la penna della polemica, perché dubitiamo ormai, prossimi come siamo ad accomiatarci dal mondo, di poter vedere realizzate, per dirla con Guicciardini, quelle tre cose in cui per più di mezzo secolo abbiamo disperatamente sperato, e cioè: una repubblica riconciliata e concorde, liberata l’Italia dagli antifascismi e dalle Resistenze, e liberata la cultura dall’egemonia di una fazione politica.

Non potremo dunque mai, come si chiedeva Giovanni Berchet nella sua Lettera semiseria agli intellettuali di allora, avere una patria comune, se non altro “a confronto delle nostre comuni sciagure”? Perché – lo dico a voi, a voi da cui ci aspettavamo un cenno di amicizia e di pace – perché tanto disprezzo nei confronti degli avversari, che pure operano nell’interesse del Paese e non sono meno laureati di voi? Fate di piacere, come diceva il Poeta, non solo al popolo vostro, che già vi segue, ma anche a quello che potrebbe seguirvi domani (e maggior merito ve ne verrebbe): pascetelo di parole oneste e sincere, non di calunnie e di vento.

Sventolate le bandiere della pace, ma siete sempre in guerra, persino contro voi stessi. Vi comportate come un’armata di guastatori, che avendo perso la gara di appalto per la costruzione di un ponte che traghetti e porti in salvo un paese di alluvionati, vanno piazzando mine per far saltare la costruzione (“Muoia Sansone con tutti i Filistei!”), perché soltanto loro – dicono – sono bravi e qualificati, mentre l’impresa che ha vinto la gara (barando) è “un’accozzaglia di gente rozza, ignorante, corrotta, arrogante, intollerante, razzista, rincoglionita” (e naturalmente “fascista”), che asservita e guidata da un “usurpatore”, da uno “sguattero” che “mina alle radici la democrazia e la libertà”, dietro quel ponte di cartapesta, ch’è solo un paravento, prepara liste di proscrizione e nuovi campi di concentramento.

Il vostro livore è arrivato al punto che se il Paese va in rovina voi ne godete. Campate infatti sulle disgrazie, sugli errori degli altri, ma voi (per non sbagliare, per mancanza di idee o per non trovarvi spiazzati se mai un vostro suggerimento dovesse andare in porto) non avanzate alcuna proposta, limitandovi a “contrastare il governo in astratto e stancando il vostro cervello in una critica sterile e senza quartiere”. Andate addirittura in estasi quando un economista o giornale straniero (che sta dalla vostra parte) fa un quadro “catastrofico” della nazione. Così, lungi dall’adoperarvi per conciliare gli animi, alimentate la discordia civile, lanciando segnali che poi si traducono in atti concreti contro le Istituzioni e tutta la comunità. Sembra impossibile, assurdo, che voi vogliate proprio questo. E se non lo volete, comportatevi allora da uomini, non da bambini o da comari bisbetiche e dispettose.

Ma quanto credete di poter durare? Per quanto tempo pensate che la Storia possa accettare i vostri ingannevoli miti, convalidare, senza mai dichiararne la scadenza, la vostra patente di guida unica ed esclusiva della nazione, come se fosse il solo e legittimo attestato di democrazia, di libertà, di verità e di giustizia? Benedetto Croce definì la vostra ideologia “una vera e propria ‘malattia morale’ che conduce ‘gli operai della grande industria del vuoto’ a propugnare ideali di dominazione e devastazione, senza sapere con sicurezza contro chi e perché e con quali mezzi e quali fini muovere tanto fracasso”. Invece di dare una mano, passate il tempo a distruggere, a disfare la tela che altri vanno tessendo pazientemente.

Ogni volta che nei dibattiti televisivi – in cui, contrariamente a quel che dite, tenete sempre banco – vi vedo sfottere con quell’aria da eterne primedonne i vostri avversari, a cui negate il diritto di pensarla diversamente da voi, provo un sincero rimpianto per una patria ch’è riuscita a istillarmi nel petto un amore quale voi certo non conoscete (e per cui non devo ringraziare nessuno dei governi di questa Repubblica, e tanto meno voi). Ma mi chiedo anche che vita sia la vostra, così presi come siete dal quotidiano e ossessivo pensiero di far fuori l’avversario, sempre lì ad arrovellarvi, a tramare, a inventare mezzi, espedienti, “a vomitare bava velenosa di diffamazioni”. Oggi come ieri. E mi sorprende il patto di alleanza che altri hanno stretto con voi, un patto veramente diabolico, perché mettere insieme il diavolo con l’acqua santa è la cosa più insensata che si possa fare.

E’ questa l’ambizione di codesti infimi! ‘Noi soltanto siamo i buoni, i giusti’, dicono costoro. Travestiti da giudici, hanno sempre in bocca una bava avvelenata, sempre con una smorfia sulle labbra, sempre pronti a sputare su tutto, nausea-bonda genìa di vanitosi, aborti di menzogna, che mirano a fare da ‘anime belle’: la genìa degli onanisti morali”. (Nietzsche, “I diffamatori”)

Divisi in una decina di partiti e frazioni, si sbandano e si annidano a vomitare bava velenosa di diffamazioni, e fuggiti dall’aula parlamentare, dal fondo delle loro tane, inferociti dalla paura, gridano di volere la libbra di sangue di Mussolini. A costoro, privati di ogni ragione di verità, di-sarmati dalla prova dei fatti e spogliati della loro mentita veste di apostoli e di eroi martiri della libera stampa, non rimane per tutta arma che l’in-sulto: insulto, dileggio, canzonatura, sarcasmo sono mezzi efficacissimi per il giornalismo bri-gantesco, che le norme della dignità formale se le lascia dettare dal complotto del pubblico con gli stessi diffamatori, i quali non mirano che ad abbassare alla loro sozzura coloro che sono in alto giudici fieri e sdegnosi di se stessi”.

( Paolo Orano, “Gli oppositori”)

RECENSIONI

la Meta sociale, lunedì 25 luglio 2005, pag. 12

Il libro di Antonio Saccà ripercorre il lato meno conosciuto della vita dei grandi del passato

Il motore più intimo

che muove la storia

di Mario Scaffidi Abbate

Fin dalla prefazione queste Vite private di uomini pubblici di Antonio Saccà avvincono e infiammano l’animo del lettore, che vede via via sbalzare dalla pagina (come fa sul metallo il cesellatore) i personaggi, uno dietro l’altro, in una sintesi rapida ed efficace, già carica d’immagini e di considerazioni. “Di questi uomini, e delle multiformi vicende di ciascuno”, avverte l’Autore, “ho sentito di voler scrivere. Per accrescimento di vita mediante la loro vita. E immedesimazione nell’umano oceanico privato di essi”. Anche Plutarco dice di aver cominciato a scrivere le vite parallele non tanto per utilità degli altri quanto per la sua. E come Plutarco anche Saccà, più che illustrare le opere dei grandi personaggi, si sofferma su particolari rivelatori del loro carattere, convinto che le virtù e i vizi degli uomini si manifestano soprattutto nei piatti piccoli e privati, in una frase, in uno scherzo.
Nell’indagare l’animo dei suoi “uomini pubblici” Antonio Saccà parte dall’amore, rilevandone tutte le sfaccettature. nessun uomo, egli scrive, neanche il più spietato, “riesce ad armarsi contro la indispensabilità di un sorriso, la pena di una mancanza, il colpo di un abbandono, la gioia di una vicinanza”. L’amore è forse la principale fra le tante chiavi di accesso al carattere dei personaggi, se è vero, come dice Lucrezio, che l’Amore governa l’intero universo. L’Amore è la spinta di tutto, sia che si manifesti come sentimento o bisogno sessuale, sia che si esprima come ambizione di gloria, politica, artistica, letteraria e così via, sia, addirittura, che esploda nella forma dell’odio e della morte. Omnia vincit amor, et nos cedamus amori, dice Virgilio. Così la vita intima ed erotica di cesare non può essere disgiunta dal suo bisogno e dalla sua conquista del potere: tipico esempio di quel grande “guazzabuglio” che è l’anima umano. Cesare, scrive Saccà, sognava di violentare la propria madre, ma non potendo possederla si volse alla conquista della Terra, che è la madre di tutti gli uomini. le vittorie militari e politiche di Cesare non furono che altrettanti possessi della madre. E non è un caso che questa galleria di personaggi si apra e si chiuda con l’immagine dell’amore filiale (e materno insieme). anche Nietsche, infatti, alla fine, trova pace e conforto nell’amore della madre: “Non più la cinica Lou Salomè, non più la vestale Cosima Wagner, bensì la madre… Solo la madre gli restò fedele, solo alla madre gli restò fedele. Ma per tornare alla madre dovette impazzire, cancellare l’ideale femminile, fallire con le donne”.
L’amore, tutto l’amore, in questo ricco e prezioso volume. da quello platonico di Dante, che trema di un “mirabile tremore” di fronte all’angelica Beatrice, a quello “nel sottosuolo” di Dostoevskij (il quale più di ogni altro provò “a che può giungere l’uomo, quale bestia e quale santo”); da quello incestuoso di Byron per la sorellastra a quelli maschili, ma puri, di Wagner (per Luigi II, da cui il grande musicista si recava “come dall’amata”, e per Nietzsche, che, “chiamato all’università di Basilea, fece ventitré visite a Wagner, finendo di amare non solo Wagner ma pure Cosima”). E con gli amori, più che le gioie, i dolori, i tormenti: di Tolstoi, che fra le tante sue pene ebbe a patire anche l’ossessiva gelosia della moglie, la quale non tollerava che il marito pensasse ad altro che non fosse lei, soltanto lei: di Beethoven, tormentato da un amore “asfissiante, vigilantissimo, gelosissimo, sommamente possessivo” per un nipote a cui si ostinava di voler far da padre, e che invece di ricambiarlo lo fuggiva, arrivando persino a schiaffeggiarlo; di Nietsche, deriso da Lou Salomè. Sfilano così, in questa mirabile e suggestiva galleria, coi loro amori, le loro grandezze e le loro debolezze, gli “uomini pubblici” di Antonio Saccà. Il quale trova spazio anche per riflessioni alte e profonde, come quando dice, per esempio, che la libertà politica “non è affatto la sola libertà, se manca l’ardimento di vivere”.
È raro leggere una storia interamente, dalla prima all’ultima riga (almeno per chi è potato a saltare i particolari superflui, che spesso suonano come un riempitivo o uno sfoggio di erudizione). Ebbene, in queste Vite non c’è una sola riga superflua, ogni storia ti afferra, ti conquista, ti riempie, tanto è piena di pathos, di notizie, di particolari indispensabili e spesso inediti o noti a pochi; e alla fine, pur nella sua brevità (in media una quindicina di pagine ciascuna), ognuno di queste vite lascia più che appagati e soddisfatti. ma anche pervasi da una certa sofferenza per la partecipazione con cui è stata vissuta: dall’Autore e dal lettore.

Antonio Saccà: VITE PRIVATE di uomini pubbliciDi Renzo Editore, Roma

Antonio Saccà: Il professore, la morte e la ragazza

Un professore di Liceo, disgustato dall’andazzo che ha preso la scuola, si mette in pensione, ma non potendo vivere con la misera somma che mensilmente gli passa lo Stato, assume un incarico presso un Istituto privato, impartendo contemporaneamente lezioni individuali a casa sua. Mortificato e incattivito dalle angustie della vita quotidiana, e soprattutto dalla indifferenza altrui verso i suoi libri, decide di vendicarsi uccidendo un vecchio Preside di Facoltà che gli ha contrastato la carriera universitaria. Ma neppure il delitto lo ripaga: in quello “Zeroniente” che è diventata la vita, sua e dell’umanità intera, anche il male è inutile: ormai la realtà scorre e muta con una tale rapidità che non si riesce più a distinguere il bene dal male, il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, a dare delle cose un giudizio obiettivo e sicuro. L’unica certezza è la morte, che l’anziano professore cerca di esorcizzare attraverso l’amore, sensuale, per una ragazza: un mondo, un universo da esplorare, da scoprire. “La mia mano risaliva dalle caviglie ai polpacci alle pieghe del ginocchio, avanzando godevo il tatto di una pelle lieve, liscia, fresca, nuova. Giorno dopo giorno non vi fu territorio che non ricevesse esplorazioni. Conoscere il piacere che percepisce la mano rigirando i confini degli indumenti femminili intimissimi, nell’insinuare un dito oltre la rigorosa struttura dei tessuti raggiungendo la parte in cui la pelle si rigenera morbida, carezzevole! Poi il tumulto primigenio, la fessura in cui l’universo è in perpetua germinazione, vortici umidi, abissali, cavernosi, interminabili. Mi inoltravo in tale composizione cosmica, lasciandomi avvolgere dalla peluria infantile, come una sostanza nei prati del Paradiso Terrestre”. La conclusione è che “tutte le religioni e le filosofie non valgono una donna sentita ed amata”, che “noi siamo corpo e sensi, tatto, vista, udito, sapore, odori”, e che tolti all’uomo i sensi non resta che la morte.

Ciò che colpisce in questo romanzo, a parte il contenuto e lo stile, è l’impianto strutturale in cui si sviluppa e si articola la narrazione: vi si alternano descrizioni crude, di un realismo estremo, con impennate liriche improvvise e travolgenti; né vi mancano accorgimenti linguistici di grande impatto ed effetto, vocaboli nuovi, inventati di sana pianta ma costruiti su concetti ben precisi (come “mentecazzo” in luogo di “mentecatto”). C’è, insomma, una tale padronanza della lingua, un gioco così sapiente dei mezzi espressivi, che se ne ricava l’impressione di una spontaneità e di una sincerità sorprendenti. Un capitolo (il crollo della vecchia libreria con tutta la sapienza accumulata nei secoli) sembra fornire la chiave di questa sorta di poema sinfonico in cui la parola è tutto e niente nello stesso tempo. Cosa sono le parole, si chiede il professore, che rapporto hanno con le cose, quale motivo esiste perché le parole siano accostate l’una dopo l’altra e assumano comprensione in tale accostamento e la mente debba percepirle in quell’ordine quasi fosse naturale? (“Nessuna cosa esiste dove manca la parola”, diceva Stefan George. E Martin Heidegger si domandava: “Che cos’è la cosa per aver bisogno della parola per esistere?”).

L’ispirazione è forte e continua, ogni pagina ha una sua particolare suggestione, a volte dolce e struggente. Come il colloquio col “figlio mai nato”: “Figlio nato soltanto da me, io, la tua madre paterna, sorto da una costola del mio pensiero, tu non conoscerai le paure della sopravvivenza, a te risparmierò il terrore delle strade e dei panni infagottati che trasformano un uomo in un cadavere”. O come il dialogo tra il figlio e la madre: “Ti ricordi quando eri bambino…?”. “Certo, mamma!”. “Eri piccolo e malato, eri sempre malato e non crescevi… Poi è successo quello che non doveva succedere… quattro mesi tuoi… e ci capitò la mor­te”. “La morte, appena sono nato…”. “Quattro mesi, e non hai conosciuto tuo padre… Ridevi e battevi le mani, gli occhi ridevano nella gioia”. “Ah, ero nato con la gioia negli occhi!… Ero nato per la gioia…”. “Poi ven­ne la morte, avevi quattro mesi appena…” “La morte, subito…”. “Quattro mesi, e venne la morte”…

Ma poiché la vita, come dice l’Autore stesso, non è mai solo tragica, così nel romanzo s’insinuano spesso il gioco e l’ironia. Come quando, per esempio, il professore riceve dalle mani della “tenutaria dell’Istituto” il suo compenso mensile, che è un’offesa non solo alle sue lezioni di filosofia, ma ai filosofi stessi: Weber, Durkheim, Comte, Marx, Spencer, Darwin, “verbizzati” e accompagnati ciascuno con un nome di fantasia:

“Cinquecentonovantaduemilaseicentododicilire. Il risultato di un mese. Essere riuscito a weberizzare Stronzone, durkheimizzare Merdoso, comtare Cazzetti, marxire Fogna, simmellizzare Feccia, spencervire Coglionotti, darwinizzare Troietta, infangammerdare tutte quelle bestie nel pensiero sociologisticoidale mi aveva procurato cinquecentonovantaduemilaseicentododicilire! Ogni vuotomen-tale studentesco mi forniva all’incirca ottantamila lire. Al mese. Cinque ore al giorno. Quando mi trovai nelle dita l’as­segno non trasferibile che mi era stato infine ceduto a compenso, ebbi l’impeto di strapparlo in quadratini minuscoli e ficcarli uno a uno nel culetto della tenutaria dell’Istituto cagionandole brucioroni scorticanti. Che valore avevo io, se quello era il prezzo della mia mente, anzi della mia vita!”.

Belle anche le pagine descrittive, specialmente del cielo stellato, che evoca il senso dell’infinito e della solitudine (e che ricorda lo smarrimento degli antichi pastori: “Che fai tu, luna, in ciel?”): “Oltre il mondo che noi abitiamo e del-l’insieme organizzato dei mondi che al nostro sono avvinti, quali mondi vi sono, quanti firmamenti, quante galassie, quanti miliardi di stelle, quali nebbie tra stella e stella!… Non vi era esistenza dell’umanità nei meandri stellari del cielo. Niente di noi esisteva, lassù. Un silenzio che era un giudizio. Un giudizio che era scher­no per tutti noi e per ciascuno. Ecco quel che siete, una forsen­nata agitazione di cui l’universo non ha cura e preoccupazione e alla quale l’universo sopravvivrà per migliaia e milioni di anni, mentre voi siete impediti di vivere, oltre che fugaci”.

Romanzo dell’esistenza, dunque, individuale e sociale, ma anche storia dell’uomo contemporaneo, in particolare dell’uomo occidentale, avviato ormai verso il tramonto, che assiste impotente al dissolversi di una civiltà, preludio allo sgretolarsi del mondo intero, che finirà con l’esplodere in una caoticità violenta e indifferenziata.

“Ce ne andremo nell’aldilà, dopo essere stati sogni sognati da noi stessi, evanescenti, imprecisi nell’andamento, ombre del vento, foglie sconfitte dall’inverno. Non vi sarà traccia dell’intera umanità tra qualche milione d’anni… La scopa del Niente spazzerà i nostri residui sotto le altissime porte dell’Universo”.

(Bietti Media: www.bietti.it)